Punto primo: l'ubiquità dell'URL

Ormai se ne sono accorti proprio tutti, e non è raro cogliere i commenti smarriti di qualche anziana signora che proprio non riesce a spiegarsi il fiorire di tutti quei "www" sulle confezioni dei prodotti al supermercato, nella pubblicità sui giornali, nelle affissioni stradali, sulle fiancate delle automobili e dei mezzi pubblici, nelle insegne dei negozi... ovunque vi sia una superficie da riempire.

Gli americani, che ci sono arrivati prima, hanno battezzato il fenomeno "URL-biquity" - l'ubiquità dell'URL -, un neologismo che rende proprio bene l'idea.

In effetti è proprio questo il livello zero, per così dire, della promozione di un sito off-line. È il sistema più economico e più ovvio (ma nulla è tanto ovvio da non dover essere raccomandato): stampare il proprio URL su ogni singolo elemento dell'immagine coordinata dell'azienda, dalla carta intestata ai biglietti da visita, dalle buste alle brochure. E poi bene inteso sul packaging di ogni prodotto che esce dall'azienda, e in ogni pubblicità programmata su giornali e riviste, radio e televisioni, e su ogni gadget che dovesse accompagnare una convention, un congresso, una riunione allargata: apribottiglie, penne, posacenere, segnaposti... Con il massimo della fantasia e della creatività, il vostro URL va reso visibile alla più vasta parte del mondo sotto i cui occhi riuscirete a piazzarlo. Siate solo abbastanza saggi e accorti da assicurarvi che il vostro server sia in grado di reggere picchi di traffico che una campagna a tappeto potrebbe generare.

Così come capitava che le librerie non fossero in grado di far fronte alle richieste di un libro presentato la sera prima al "Maurizio Costanzo Show", succede oggi che le aziende si lancino in pesanti investimenti pubblicitari per promuovere un sito che magari va in crisi se solo gli accessi simultanei superano le venti unità.



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